mercoledì 22 marzo 2017

Massacrati su un barcone 42 profughi somali in fuga dallo Yemen


di Emilio Drudi

Erano fuggiti mesi, anni fa, dalla Somalia sconvolta dalla guerra civile e dal terrorismo di Al Shabaab, cercando scampo nello Yemen. Sono rimasti finché hanno potuto. Poi la guerra e la carestia li hanno scacciati anche da qui, costringendoli a un’altra fuga per la vita, di nuovo in mare, ma questa volta a ritroso, verso l’Africa. Sono stati massacrati proprio quando pensavano di essere ormai vicini alla salvezza, protetti dalle insegne dell’Unhcr, il Commissariato dell’Onu per i rifugiati. Un elicottero da combattimento ha attaccato il barcone sul quale erano stipati, colpendolo con razzi e mitraglia. Alla fine si sono contati 42 cadaveri. Ottanta superstiti, terrorizzati, sono stati recuperati in acqua, tra i rottami del battello, dopo che l’elicottero aggressore si era allontanato, da alcuni pescatori yemeniti. Molti sono feriti: 24 in modo grave. Tra le vittime, tante donne e tanti bambini.
A dare notizia della strage - avvenuta il 16 marzo, poco dopo il tramonto – è stato Joel Millman, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (Oim). Le prime informazioni parlavano di una trentina di vittime. Poi il bilancio di morte è salito ad “almeno 42”, come ha precisato ai cronisti di Al Jazeera Ibrahim Ali Zeyad,, un marinaio che era sulla barca. Teatro della carneficina, le acque del Mar Rosso al largo di Hodeidah, a poche miglia dal Bab al Mandeb, lo stretto che immette nell’Oceano Indiano. Non è chiaro se quel barcone fosse salpato proprio dalla zona di  Hodeidah o più a sud, sulla costa del Golfo di Aden, al di là del Bab al Mandeb. A bordo – ha precisato Mohamed al Alay, un ufficiale della locale Guardia Costiera – erano saliti in più di 120: un viaggio della speranza dallo Yemen al Sudan, dove quei profughi sarebbero stati presumibilmente accolti in un campo gestito dall’Onu. Molti, quasi tutti, ha confermato infatti William Sprindler, uno dei portavoce dell’Unhcr che operano in Medio Oriente, erano già stati registrati come rifugiati proprio dopo essere fuggiti dal conflitto somalo.
L’attacco – ha ricostruito Al Jazeera – è avvenuto quando la costa yemenita era ancora ben in vista. L’elicottero aggressore ufficialmente non è stato identificato. Più fonti dicono, però, che era un Apache, un velivolo in grado di operare sia di giorno che di notte, fabbricato in America dalla Boeing. C’è da credere, dunque, che appartenga alla flotta aerea della coalizione a guida saudita schierata contro gli Houti e sostenuta dagli Stati Uniti. Tanto più che Riyad e i suoi alleati, come fa notare il quotidiano spagnolo El Diario, “hanno il controllo totale dello spazio aereo yemenita, impedendo ai ribelli l’uso di aerei ed elicotteri”. Sta di fatto che l’Apache ha puntato subito la barca e l’ha colpita a freddo, ritenendo magari che venisse da Hodeidah, il grosso porto commerciale controllato dalle milizie sciite degli Houti, che nel 2014 hanno conquistato Sana’a, la capitale, e gran parte del paese, scacciando il presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e costringendolo a riparare ad Aden, nell’estremo sud, sotto la protezione dell’Arabia e del Qatar. Per la gente a bordo non c’è stato scampo.
Il perché di questa aggressione assurda resta un mistero. Il Bab al Mandeb è una via di comunicazione marittima tra le più importanti del mondo, strategica in particolare per il petrolio. Le acque che lo circondano sono da sempre pattugliatissime, per decine di miglia. Tanto più adesso, con la guerra in Yemen, grazie anche alle basi militari concesse dall’Eritrea, presso Assab e Massawa, sulla sponda africana del Mar Rosso, all’alleanza capeggiata dall’Arabia, la quale le utilizza, oltre che per attaccare i ribelli houti, per operazioni aeree o navali di controllo e vigilanza. Ogni movimento sospetto viene segnalato ed eventualmente colpito. Ma c’è da chiedersi come sia stato possibile scambiare una barca piena di rifugiati per un obiettivo militare.
Lo denuncia senza mezzi termini anche l’Unhcr: “Siamo sgomenti per questo attacco contro civili innocenti – ha dichiarato William Spindler ad Al Jazeera – Si tratta di persone che hanno sofferto moltissimo e rischiato la vita per fuggire dalla Somalia. Persone che avevano cercato sicurezza in Yemen, trovandovi invece una situazione diventata via via sempre più pericolosa, a causa del conflitto in corso e della crisi umanitaria esplosa in seguito alla carestia. Ecco, stavano tentando ancora di arrivare finalmente da qualche altra parte in cerca di salvezza e invece hanno incontrato questa tragica fine….”.
Un terribile errore? Forse. Ma sarebbe l’ennesimo. L’ultimo di una catena lunghissima di attacchi che, dal 2014 a oggi, si sono scatenati ripetutamente contro obiettivi civili, indifesi e tutelati dalle convenzioni internazionali e spesso dalle bandiere della Croce Rossa: scuole, campi profughi, mercati, acquedotti, moschee, ospedali sia yemeniti che, in almeno tre occasioni, gestiti da Medici Senza Frontiere. O, ancora, gruppi di persone riunite per cerimonie religiose, matrimoni o addirittura funerali e persino bus civili, depositi di cibo, contadini e campi coltivati, tanto da aver desertificato le campagne, impedendo le coltivazioni e moltiplicando dunque gli effetti della siccità, la fame e la carestia. E’ eloquente, in proposito, la relazione di 51 pagine inviata nel gennaio 2016 da una equipe di esperti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dalla quale sembrerebbe emergere una sorta di “strategia del terrore”.
L’alleanza messa in piedi da Riyad ha sempre negato, in queste circostanze, che si sia trattato di azioni mirate. Ogni volta ha parlato di “errore” o, come si legge sempre più spesso nei rapporti dei comandi militari, di “danni collaterali”. E nessuno l’ha mai chiamata a renderne davvero conto. Neanche di fronte ai dossier con i quali, per due anni di seguito (agosto 2015 e febbraio 2016), Human Rights Watch ha segnalato l’uso frequente di “cluster munitions” (le micidiali bombe a grappolo messe al bando nel 2008) contro obiettivi non militari. E neanche quando ci sono state denunce esplicite, come nel caso degli ospedali di Medici Senza frontiere, presi di mira nonostante le ampie, chiarissime comunicazioni preventive e mantenuti sotto attacco, talvolta sino alla distruzione completa, senza tener minimamente conto delle segnalazioni lanciate dai responsabili della Ong fin dall’inizio dei raid aerei.
Proprio partendo da episodi di questo genere, l’Alto Commissario per i diritti umani ha sollecitato nel 2016 la nomina di una commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulle violazioni del diritto umanitario in Yemen, ma lo stesso Consiglio dell’Onu per i diritti umani ha respinto la proposta. Gli Stati dell’Unione Europea, che in gran parte hanno inizialmente sostenuto la richiesta, al momento decisivo – hanno rilevato la Rete Disarmo e Amnesty – si sono tirati indietro, senza neanche specificare i motivi di questo ripensamento. Non solo. Pochi mesi prima, nel giugno 2016, le Nazioni Unite, per bocca del segretario generale Ban Ki Moon, avevano dovuto ammettere di aver tolto la coalizione a guida saudita in Yemen dalla “lista nera” dei responsabili di azioni di guerra che hanno coinvolto bambini, in seguito alle forti pressioni dell’Arabia la quale, definendo “crudelmente esagerato” quel censimento, minacciava di tagliare i fondi per i programmi umanitari.

Un silenzio assordante, in particolare, si è registrato da parte degli alleati o comunque degli “amici” occidentali di Riyad. Gli Stati Uniti, innanzi tutto, che garantiscono armi e supporto tecnico-logistico, inclusi servizi di intelligence, alle forze schierate contro gli Houti. Ma anche l’Italia, la quale – come hanno denunciato ancora una volta Amnesty International e la Rete Disarmo – ha inviato alla Royal Saudi Air Force consistenti, ripetute forniture di bombe, poi sganciate a pioggia pure su obiettivi civili. Si tratta delle Mk 83, ordigni da 460 chili prodotti dalla Rmw in Sardegna e il cui impiego in Yemen è stato documentato da Human Rights Watch con inconfutabili prove fotografiche. Quei 42 profughi somali uccisi sul barcone affondato nel Mar Rosso, al largo di Hodeidah, fuggivano anche da queste bombe.

venerdì 3 marzo 2017

La legalità è un insieme di leggi costituite, ma quanta giustizia ci sta dentro? (...)

Dall'Eritrea all'Italia: cosa (non) è cambiato nel sistema di accoglienza di migranti e rifugiati. Il racconto di Padre Mussie Zerai


Padre Mosè 
di Mussie Zerai con Giuseppe Carrisi
Giunti, 2017

"La legalità è un insieme di leggi costituite, ma quanta giustizia ci sta dentro? (...) 
Non tutto ciò che è legale è giusto. Siate procuratori, promotori di giustizia, non custodi di una legalità fatta di muri, filo spinato o di una legalità che criminalizza il diverso, che lo priva della sua dignità di persona".

Lasciamo perdere il titolo del libro, che magari non vi suonerà familiare. E pure il sottotitolo, che non vi dirà nulla di quello che troverete nella storia di Abba Mussie Zerai. Ho scelto di partire dalla fine, dal messaggio/missione che anima tutta la storia: andare oltre le regole che criminalizzano la condotta di chi entra in uno Stato in modo irregolare. Superare pure, aggiungo, un certo modo di pensare che fa del migrante un nemico, venuto a rubare casa-lavoro-donne-serenità. Riscoprire al di sotto di questa sovrastruttura la Persona, in chi fugge e in chi arriva, per riscoprire l'umanità anche in noi stessi.
Quando la sua storia inizia, don Zerai è un sacerdote che non può spegnere il telefono nemmeno di notte: ogni chiamata che perde può costare decine, centinaia di vite umane. Perché don Zerai è diventato il punto di riferimento di una massa infinita di disperati: sono le migliaia di uomini donne e bambini che attraversano il deserto, e poi il lago sterminato del Mediterraneo, per arrivare (nella terra promessa, in Europa) ma soprattutto per fuggire (dall’inferno di miseria e violenza in cui vivono). O chi il viaggio l’ha già fatto, e cerca attraverso Padre Mosè di conoscere la sorte dei suoi cari partiti alla volta dell’Europa. Queste persone sono accomunate dal colore della pelle e dallo stato di incertezza che domina la loro vita. In qualche modo, chiamano tutti lui.


Ma non tanto su questo si sofferma don Zerai. Di storie di viaggi e di morti ne abbiamo lette, sentite, viste fin troppe. Ci fanno ancora effetto? Probabilmente no. Forse vale la pena di scoprire cosa succede all’arrivo in Europa; il mare di marginalizzazione e indifferenza in cui molti rischiano di annegare, rimanendo per sempre condannati alla ghettizzazione, quando non alla clandestinità. È questa la realtà narrata da don Zerai, che ha visto e vissuto la status di migrante e di richiedente asilo in Italia. Un limbo di incertezza, prima; poi, se la domanda è accolta, “un vuoto enorme”, “una totale mancanza di prospettive. Una vita di emarginazione”.

Facciamo un passo indietro: a quando Padre Mosè era semplicemente Mussie, un ragazzetto eritreo legatissimo ai nonni e innamorato della sua città, Asmara. La bella capitale, tanto simile a Roma, con i suoi edifici art deco o di stile fascista, i cinema e i portici in stile liberty. “Quanto sei bella Asmara” scrive Mussie a 40 anni, 25 anni dopo aver salutato per sempre il suo Paese, con i suoi indimenticabili profumi e paesaggi. Don Zerai a Roma è arrivato in aereo, è perfettamente integrato eppure si strugge ancora per la sua terra. I suoi connazionali non sono stati fortunati come lui; hanno sofferto di tutto per arrivare in Italia, ma cosa vi hanno trovato? Qualche squalo disposto a far business sui centri di accoglienza, mentre il governo di Roma mostra “la faccia cattiva per impedire nuovi sbarchi”. La cosa più affascinante è che questa attualissima frase non si riferisce alla Libia né alla Siria, ma ai flussi di albanesi. Agosto 1991.

Se vi suona familiare è perché in 25 anni, dice in sostanza don Zerai, non è cambiato nulla. È stato così anche per la chiusura della rotta libica ai tempi di Gheddafi, quando si è ugualmente cercato di affrontare un problema epocale ergendo dei muri di carta. In quell’occasione, i migranti non si sono fermati, ma hanno trovato un’altra rotta, più rischiosa ancora, più costosa. Non potevano non farlo.

Per risolvere l’attuale crisi migratoria, l'Europa stringe accordi con la Turchia. Da ultimo si annuncia un nuovo, simile accordo con la Libia, per proteggere l’Italia. Il punto è che sono strategie che non funzionano: nuove rotte si apriranno, al prezzo di sacrifici per entrambe le parti in causa. Chi subisce queste chiusure rischia la dignità nelle mani dei trafficanti, quando non la vita; e pure chi le attua rinuncia a qualcosa, abdica alla sua umanità.

C’è un’alternativa? Secondo don Zerai sì, tanto che alla fine del libro stila una sorta di “decalogo” dell’accoglienza (che comprende rimpatri assistiti, relocation e resettlement attuati con sistematicità). Che lo si condivida o meno, è un punto di vista in più, che, se non altro, pone l’accento sull’importanza di condividere le strategie di accoglienza con chi conosce la situazione in prima persona.
http://www.criticaletteraria.org/2017/03/zerai-carrisi-padre-mose-giunti.htmlFrancesca Romana Genoviva

lunedì 20 febbraio 2017

Human trafficking: a shared strife for dignity


Opening remarks of H.E. Archbishop Ivan Jurkovič, Permanent Observer of the Holy See to the United Nations and Other International Organizations in Geneva at 22nd International Humanitarian & Security Conference “Upholding Refugee Protection, Human Rights and Humanitarian Law: The Role of Geneva in International Humanitarian Action” Webster University, 16 February 2017 

Human trafficking: a shared strife for dignity 
1. Overview and statistics 
Against a backdrop of sustained global population growth, affordable telecommunication and persistent economic inequalities, human mobility has increased. In 2015, the United Nations estimated that there were some 244 million international migrants across the world; an increase of more than 40 per cent since the year 2000 (173 million) . 1 Many people are escaping war and persecution. In 2016, the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) reported that, at the end of 2015, more than 65 million people were forcibly displaced worldwide as a result of persecution, conflict, violence or human rights violations; an increase of 6 million compared to just 12 months earlier. The estimates of human trafficking and prostitution are staggering. Precise statistics are impossible, given the hidden and criminal nature of these abuses but it is estimated that globally, despite the Palermo Protocol, there are about 21 million men, women, children trafficked, sold, coerced or subjected to conditions of slavery in various forms and in various sectors: from agriculture to domestic service, from prostitution, to forced marriage, or cases of child soldiers, organ trafficking and sale of children. An annual increase of around three million people must be added to this figure . It is obvious that women, girls and children are 2 the most affected by violence and discrimination in education and in the workplace and are United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2016). International 1 Migration Report 2015: Highlights (ST/ESA/SER.A/375). United Nations Development Programme (2009). Additionally, the 2009 Human Development Report by the United Nations Development Programme (UNDP) estimated that there are some 740 million internal migrants, moving within their countries Human Development Report 2009 – Overcoming barriers: Human mobility and development International Labor Organization, Profits and Poverty: The Economics of Forced Labour, Geneva, 2014. 2 Available online http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_norm/---declaration/ documents/ publication/ wcms_243391.pdf However, the latest edition of the Global Slavery Index, released in October by the Walk Free Foundation, put the figure at almost 30 million for a broader category including forced labor, trafficking, and other forms of servitude such as child marriage. http:// www.globalslaveryindex.org 2 disproportionately represented in the informal sectors of employment. This makes them especially vulnerable and subjected to huge economic uncertainty and, therefore, more likely to migrate, usually irregularly, despite the risks and implications entailed. Those who suffer repeated acts of physical or psychological aggression generally fall into a state of depression, loss of self-esteem or situations of extreme vulnerability that put them at greater risk of becoming victims of abuse, mistreatment, cruel or degrading behaviour particularly in the case of children or adolescents. Technological progress has enabled us to comprehend the extent of these problems and the many forms they take globally. Despite the efforts of many, trafficking in human beings, the most extensive form of slavery in the twenty-first century, is a plague on a vast scale in many countries across the world. Victims are hidden away in private homes, in illegal establishments, in factories, on farms, behind closed doors, in families, houses and other places in the cities, villages and slums of the world’s richest and poorest nations. This situation is not improving but, on the contrary, is probably deteriorating. According to the United Nations, trafficking in persons generates an annual income of roughly $32 billion -- behind only the trade of arms and drugs. Despite new efforts to protect and reintegrate victims, the danger of women’s exploitation is ever present, with the risk of victims falling into slavery and submission due to their vulnerability and lack of alternative opportunities. Criminal mafias constantly change their strategies to ensure and protect the enormous financial earnings they reap. As is well known, all the cases described are not a new phenomenon, what is new is the development of a global and complex trade which exploits the extreme poverty and vulnerability of so many women and minors. Trafficking of human beings has developed into a global market, involving countries of origin, transit and destination. In the United Nations Office on Drugs and Crimes (UNODC) Global Report on Trafficking in Persons , sexual 3 exploitation was noted as by far the most commonly identified form of human trafficking (79%) followed by forced labour (18%). Because it is more frequently reported, sexual exploitation has become the most documented type of trafficking, in aggregate statistics . 4
2. Response of the International Community 
Looking at this phenomenon, the first question that could raise is what is the response of the International Community? A quick review of the global response to trafficking in persons needs to begin with an analysis of the legislation that countries use to criminalize this activity. The laws are assessed according to their compliance with the definition of trafficking as stated in the United Nations Trafficking in Persons Protocol. Few international legal instruments have been as rapidly and globally endorsed as the UN Trafficking in Persons Protocol. The Protocol entered into force in December 2003 only three years after its adoption http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/glotip/GLOTIP_2014_full_report.pdf 3 In comparison, other forms of exploitation are under-reported: forced or bonded labour; domestic servitude and forced 4 marriage; organ removal; and the exploitation of children in begging, the sex trade and warfare. 3 by the General Assembly in 2000. As of early October 2016, 170 countries have ratified the Protocol . 5 In addition to the Trafficking in Persons Protocol, international law includes a number of international legal instruments that identify, define and describe different forms of exploitation . The Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against 6 Women requires States to take all appropriate measures to suppress all forms of trafficking in women and exploitation of prostitution of women. The exploitation of the prostitution of others is also the subject of the UN Convention for the Suppression of the Traffic in Persons and of the Exploitation of the Prostitution of Others (1949). Forced labour or services are the subject of the International Labour Organization’s (ILO) Forced Labour Convention (Convention No. 29 of 1930), which defines forced or compulsory labour, and also by the ILO Abolition of Forced Labour Convention (Convention No. 105 of 1957). The Slavery Convention (1926) defines slavery, and its Supplementary Convention helpfully describes ‘practices similar to slavery’, including debt bondage, and institutions and practices that discriminate against women in the context of marriage . 7 The Convention on the Rights of the Child, and the Optional Protocol on the Sale of Children, Child Prostitution, and Child Pornography (2000), prohibits trafficking in children for any purpose, including for exploitive and forced labour. Additionally, the International Labour Organization’s (ILO) Worst Forms of Child Labour Convention (Convention No. 182 of 1999), prohibits for all children under 18 years of age, all forms of slavery or practices similar to slavery, such as the sale and trafficking of children, debt bondage and serfdom and forced or compulsory labour, as well as the use, procuring or offering of all children for the purpose of prostitution. Several other human rights treaties prohibit certain practices linked to experiences common to trafficked persons, including ethnic, racial and gender-based http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/glotip/2016_Global_Report_on_Trafficking_in_Persons.pdf 5 The Office of the High Commissioner for Human Rights (OHCHR): D. Weissbrodt and Anti-Slavery International, 6 Abolishing Slavery and its Contemporary Forms, UN, New York and Geneva, 2002. Most of the purposes of trafficking in persons listed in article 3 of the Trafficking in Persons Protocol are the subject of specific instruments. In addition, article 7(2)(c) of the Rome Statute of the International Criminal Court (1998) characterizes “enslavement” as a crime against humanity falling within the jurisdiction of the Court, saying that “‘Enslavement’ means the exercise of any or all of the powers attaching to the right of ownership over a person and includes the exercise of such power in the course of trafficking in persons, in particular women and children”. The UN Supplementary Convention on the Abolition of Slavery, the Slave Trade and Institutions and Practices Similar to Slavery (1956) defines four institutions and practices similar to slavery: serfdom, debt bondage (also known as ‘bonded labour’: the practice of requiring someone to work to pay off a loan when the value of their work greatly exceeds the value of the loan), servile marriage and the transfer of children for exploitation by third parties. The World Health Assembly adopted guidelines in 1991 establishing international standards in relation to organ transplants and the possibility of commercial trafficking. The guidelines prohibit trafficking in human organs for commercial gain. Article 1(c), for example, prohibits “Any institution or practice whereby: (i) a woman, without the right to 7 refuse, is promised or given in marriage on payment of a consideration in money or in kind to her parents, guardian, family or any other person or group; or (ii) the husband of a woman, his family, or his clan, has the right to transfer her to another person for value received or otherwise; or (iii) a woman on the death of her husband is liable to be inherited by another person…” 4 discrimination . The various treaty monitoring bodies have further developed the 8 interpretation on the different forms of exploitation . 9 At present, there is only limited awareness of how courts at national and regional levels are interpreting State obligations under the Trafficking in Persons Protocol. To date, efforts to collect and consolidate relevant case law have been limited, and comparative analysis even more so. However, recognizing the difficulties in fighting this phenomenon the International Community in 2015 relaunched her will to fight Human trafficking through the Sustainable Development Goals. Analysing SDG 16, and in particular, its Target 16.2, there is a clear call for the “end of abuse, exploitation, trafficking and all forms of violence against and torture of children”. The Human Trafficking is also addressed in Target 5.2, and in Target 8.7. This full international recognition of the importance and complexity of the phenomenon 10 shows that is possible to create consensus and engagement, advancing in the struggle to affirm that each human being is a free person, whether man, woman, girl or boy, and is destined to exist for the good of all in equality and fraternity. Any relationship that fails to respect the fundamental conviction that all people – men, women, girls and boys – are equal and have the same freedom and dignity constitutes a grave crime against humanity. Our activity at national and international level should aim at the cooperation for eradicating this grossly inhumane practice of our times.
3. Activity of the Holy See 
As in the past Pontificates as well as that of Pope Francis, the Holy See has always shown its firm condemnation of these crimes and continues to draw international attention in this regard. There are numerous statements given by the Permanent Observers at the United Nations and the many other international organizations, in particular, those present in Geneva, New York and Vienna. This commitment is witnessed in the legal norms of the Vatican City State. The Holy See has ratified the UN Convention against Transnational Organized Crime (2000) and the Optional Protocol on the Convention on the Rights of the Child concerning the sale of children, child prostitution and child pornography (2000). It is also worth noting that the Holy See has ratified the UN Convention against Corruption (2003), crimes which are well known to facilitate and promote the trafficking and exploitation of migrants. Most importantly, the prohibition on discrimination has been explicitly spelled out in the aforementioned treaties as well as 8 in the Universal Declaration of Human Rights; the International Covenant on Civil and Political Rights; the Convention on the Rights of Persons with disabilities; the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights; the Convention against Torture; the International Convention on the Protection of the Rights of all Migrant Workers and Members of their Families; and in the International Convention on the Elimination of all forms of Racial Discrimination CEDAW, General Comment, N. 19. 9 http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/glotip/2016_Global_Report_on_Trafficking_in_Persons.pdf 10 5 Regarding migrants, it is important to know that Pope Francis has chosen, in the creation of the new Dicastery for the Service of Integral Human Development, to reserve to himself the department that deals specifically with migrants and refugees. The Church, furthermore, has an important role in the promotion of the role of women in society and in promoting the values and the respect for the dignity of every human person. The Church has a clear cultural, formative and communicative action, separate from cultural impositions, always oriented to protecting human dignity. Many organizations in the Catholic Church are concretely involved, at times collaborating fruitfully with other institutions and churches, religious and non-religious organizations, in the prevention of human trafficking, by way of practical assistance, rescue and recovery and reinsertion of victims back into society. One should call to mind the international network of women’s institutions (the European named Renate, and the global one named Talitha Kum) that offer their special assistance, to women, girls and children in a way array of services: psychological, health care, work and spiritual assistance, helping people find again their sense of self-worth. Talitha Kum, started in 2009, after only five years has 24 networks in 79 countries with over 1100 men and women religious with over 240 religious communities involved in the commitment to end the trafficking of persons. As a response to this initiative, the Catholic Church now celebrates the World Day for Victims of Trafficking on February 8th, the feast day of St. Giuseppina Bakita, a saint who herself was a victim of slavery.
Conclusions 
In conclusion, as often stated by Pope Francis, there is an urgent and compelling need to put an end to trafficking in human beings and all forms of exploitation, particularly prostitution, forced labour, the harvesting of human organs and the use of children especially on the Internet. Traffickers should be prosecuted on the basis of clear international and national laws, including the confiscation of the profits derived from their illegal activities, and the victims ought to be fully compensated from such funds. All stakeholders, at all levels, have a moral and legal duty to eradicate this grave violation of human rights and strive to ensure that all human beings co-exist in freedom, equality, harmony and peace, in accordance with the values common to our shared humanity. The cooperation of the academics with moral and religious leaders, together with the influence of a global movement and social networks could represent a unique opportunity for exposing these hidden crimes by using today’s technology and working through good and just national and international institutions. Dear all, 6 let me conclude by saying that one of the challenge in our activity in Geneva is to “make ours the last generation that has to fight the trade in human lives” . 11 

Deportazioni in Sudan, Italia alla sbarra in Europa: è la nona volta


di Emilio Drudi

Li hanno bloccati a Ventimiglia nel centro accoglienza della Croce Rossa, portati a Torino dopo un accertamento sommario, caricati sotto scorta su un aereo e rimpatriati, contro al loro volontà, in Sudan, il paese da cui erano scappati per sottrarsi al regime di Omar Al Bashir, il dittatore colpito da un ordine di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità in seguito ai massacri nella martoriata regione del  Darfur. Erano in 40, quasi tutti in fuga proprio dal Darfur. Di molti di loro si sono perse le tracce dopo lo sbarco a Khartoum. Almeno cinque, però, non si sono arresi ed hanno deciso di trascinare l’Italia di fronte alla Corte Europea per i Diritti Umani. Al loro fianco si è schierato il Tavolo Nazionale Asilo, di cui fanno parte organizzazioni come il Centro Astalli, l’Asgi, la Caritas, l’Arci, la Federazione delle Chiese Evangeliche, Amnesty. Il procedimento è seguito dagli avvocati Salvatore Fachile e Dario Belluccio, che il 13 febbraio hanno depositato un esposto presso la cancelleria della Corte, a Strasburgo.
Il ricorso, al di là del fatto specifico, mette sotto accusa tutta la politica italiana ed europea di respingimento nei confronti di richiedenti asilo e migranti. In particolare, anzi, è nel mirino il patto di polizia tra Italia e Sudan firmato in segreto a Roma il 3 agosto 2016 e utilizzato dal Viminale per procedere al rimpatrio forzato il 28 agosto successivo. Un patto che, come numerosi altri analoghi, è uno dei “pilastri” delle barriere che l’Italia e l’Unione Europea stanno erigendo per bloccare e rimandare indietro i profughi a qualsiasi costo e a prescindere dalla sorte che li attende. Pur essendo ben a conoscenza che questa procedura – come rilevano numerose sentenze – è in contrasto con il diritto internazionale e con la stessa Costituzione della Repubblica.
L’avvocato Salvatore Fachile non ha dubbi che si tratti di una violazione voluta. “Il provvedimento – ha dichiarato a Repubblica – si inserisce in un piano preciso dell’Unione Europea, che chiede a Italia e Grecia di violare i trattati internazionali per fermare l’arrivo di persone via mare, trasformando il nostro paese in una enorme frontiera, dotata di centri di espulsione”. Ora si ha fiducia che il percorso a Strasburgo sia spedito. Anche per la sicurezza dei cinque giovani che hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto. “Siamo stati costretti a lavorare in condizioni difficili per noi e pericolose per i nostri assistiti”, ha sottolineato infatti Fachile. Non ha aggiunto altri particolari, salvo che il mandato per rivolgersi alla Corte Europea è stato raccolto durante la visita fatta in Sudan, nel dicembre 2016, da una delegazione di parlamentari Ue, del gruppo Sinistra Unitaria (Sue). Una visita ufficiale di rappresentanti di Bruxelles. Eppure le conversazioni fra gli avvocati e i ricorrenti sarebbero state ascoltate dai servizi segreti del regime e gli stessi avvocati sono stati poi interrogati a lungo dalla polizia. “Possiamo solo dire – hanno spiegato Salvatore Fachile e Dario Bellucci – che ai nostri assistiti è stato intimato un divieto di espatrio per cinque anni e che ora vivono nascosti da qualche parte, nei dintorni di Khartoum: non vogliono e non possono ritornare nel Darfur, dove rischiano di subire le persecuzioni dalle quali sono fuggiti”.
In caso di condanna, per l’Italia non sarebbe la prima volta. Negli ultimi sei anni è finita alla sbarra ed è stata poi condannata per ben otto volte dal “tribunale” di Strasburgo o da altre corti di giustizia europee. La sentenza più clamorosa è stata quella per i respingimenti in mare verso la Libia, nel febbraio 2012, ma non sono meno significative, anche se meno note, le altre sette.
Bruxelles, 28 aprile 2011. Bocciato il reato di clandestinità
Bocciate dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la norme sul reato di clandestinità introdotto nell’ordinamento italiano nel 2008 con il “pacchetto sicurezza” deciso dal Governo Berlusconi. Punire la clandestinità con la reclusione, secondo i giudici, era in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei migranti irregolari. Roberto Maroni, allora ministro dell’interno e autore del “pacchetto sicurezza”, ha contestato il verdetto come “discriminatorio” nei confronti dell’Italia, dimenticando però che già la Corte Costituzionale italiana aveva dichiarato illegittima la condizione di clandestinità come “aggravante” di altri reati (tanto da determinare un aumento di pena fino a un terzo), introdotta nel 2008 con un altro “decreto sicurezza”.
Berlino, 20 novembre 2011. Italia accusata da 41 Tribunali tedeschi
Roma viene messa sotto accusa da 41 Tribunali tedeschi, che bloccano l’ordine di espulsione verso l’Italia deciso nei confronti di numerosi profughi incappati nel regolamento di Dublino (i cosiddetti “dubliners”), per non esporli al rischio di precipitarli di nuovo nelle condizioni estreme, senza servizi né forme di assistenza adeguate, che li avevano spinti a varcare clandestinamente la frontiera delle Alpi per cercare rifugio in Germania. A portare di fatto “alla sbarra” il Governo italiano sono stati due avvocati tedeschi (difensori di alcuni “dubliners”), che per convincere i giudici di Berlino a sospendere il rimpatrio hanno presentato un dossier sulle condizioni di vita dei loro assistiti in Italia. Un dossier raccolto “sul campo” dai due legali, dopo un lungo viaggio nella penisola per rendersi conto della situazione e mettere insieme tutta una serie di testimonianze e documenti. Le prove prodotte non solo hanno convinto i giudici e scandalizzato l’opinione pubblica, ma indotto anche altri tribunali, fino a un totale di 41, tra i principali della Germania, a sospendere temporaneamente le espulsioni verso l’Italia. Tra gli altri, i tribunali di Francoforte, Weimar, Dresda, Friburgo, Colonia, Darmstadt, Hannover, Gelsekirchen.
Strasburgo, 22 febbraio 2012. Respingimenti in mare: Italia condannata
La Corte di Strasburgo condanna la politica dei respingimenti in mare adottata dal governo Berlusconi. I giudici contestano all’Italia di aver violato la Convenzione sui diritti umani: in particolare l’articolo 3, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. La sentenza riguarda la vicenda di 200 profughi, in maggioranza eritrei e somali, intercettati il 6 maggio 2009 su un barcone alla deriva nel Canale di Sicilia, in acque internazionali, da una unità della Marina italiana, che li ha presi a bordo e riportati in Libia, nonostante le loro proteste, senza identificarli e senza verificare se avessero i requisiti per ottenere l’asilo o un’altra forma di tutela internazionale. Consegnati alla polizia di Tripoli, sono finiti in centri di detenzione, dove molti hanno poi subito maltrattamenti e violenze. A sollevare il caso di fronte alla Corte per i diritti umani, sono stati 24 di loro (rintracciati dal Consiglio italiano per i rifugiati) con un ricorso che ha dato voce a tutte le centinaia di migranti respinti in mare dalla Marina italiana o catturati dalla Guardia Costiera e dalla polizia libiche, mettendo così sotto accusa la politica di Roma sull’immigrazione, per la violazione sistematica, tra l’altro, del protocollo 4 della Convenzione di Ginevra, in base al quale sono proibiti i respingimenti collettivi.
Strasburgo, 29 marzo 2012. Strage su un gommone: “colpevole” l’Italia
Il Consiglio d’Europa pronuncia una sentenza di condanna contro l’Italia ritenendola la maggiore responsabile della tragica morte di 63 dei 72 migranti abbandonati per due settimane su un gommone alla deriva nel Canale di Sicilia. Si tratta di uno degli episodi più drammatici dell’esodo dei profughi in fuga dalla Libia, durante la rivoluzione contro Gheddafi. Risale alle settimane a cavallo tra i mesi di marzo e aprile 2011 e oltre all’Italia ha coinvolto Malta e tutte le forze Nato schierate in mare a sostegno delle milizie anti Gheddafi. Le vittime sono giovani eritrei e somali, incluse alcune donne e due bambini piccolissimi.
L’inchiesta e la sentenza del Consiglio d’Europa sono nate dalla denuncia formulata da don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, e diventata un caso internazionale dopo essere stata ripresa dal Guardian di Londra e dalla Tv Svizzera con una approfondita indagine giornalistica. La ricostruzione dei fatti è sconvolgente. Il gommone, partito dalla Libia, è rimasto in balia del mare per un guasto al motore. Il primo a ricevere un Sos è stato don Zerai, che ha allertato la Guardia Costiera italiana. Scattate le ricerche su iniziativa dell’Italia, il battello è stato avvistato da un elicottero, probabilmente maltese, che ne ha segnalato la posizione esatta ed ha anzi gettato dell’acqua ai migranti. Sembrava la premessa per un rapido intervento di recupero. Invece, da quel momento quei disperati sono stati abbandonati a se stessi: nessuno è andato a salvarli, fino a che il battello è stato sospinto dalle correnti di nuovo in Libia. Ma a quel punto, dopo 15 giorni, 61 dei migranti a bordo erano morti e altri due sono spirati poco dopo aver toccato terra. I nove superstiti, inizialmente arrestati dalla polizia libica, appena liberi si sono rivolti a don Zerai. L’Italia è stata ritenuta la principale responsabile perché, avendo ricevuto per prima la richiesta di aiuto, avrebbe dovuto, se non intervenire direttamente, almeno verificare che i soccorsi venissero organizzati e condotti a termine, tanto più che era evidente che non si poteva fare affidamento sulla Libia, travolta dalla guerra civile, pur essendo lo Stato più vicino alla posizione del natante in difficoltà.
Strasburgo, 21 ottobre 2014. Respingimenti: nuova condanna per l’Italia
La Corte di Strasburgo condanna l’Italia per una serie di respingimenti di profughi (33 afghani, 2 sudanesi e un eritreo) avvenuti nel 2009 da tre porti dell’Adriatico (Ancona, Venezia e Bari) verso la Grecia, lo Stato da cui erano arrivati su traghetti di linea. I magistrati hanno rilevato nel comportamento dell’Italia una palese violazione dei diritti dell’uomo, essendo ben noto che la Grecia, travolta in quei mesi da forti sconvolgimenti politici, non era in grado di garantire a quei profughi, tutti richiedenti asilo, forme di tutela adeguate al loro status, tanto più che si respirava nel paese, nei confronti degli stranieri, un diffuso senso di ostilità che ne metteva a rischio in molti casi la sicurezza e l’incolumità. Senza contare i duri trattamenti denunciati nei campi di raccolta (in particolare quello di Patrasso, dove erano rinchiusi in buona parte i 35 sbarcati di cui si è occupata la Corte) e soprattutto il rischio di essere rimpatriati da Atene nei paesi d’origine, venendo così esposti ai pericoli estremi dai quali erano fuggiti. Per il trattamento riservato a quei profughi è stata condannata anche la Grecia.
Quattro novembre 2014. “L’Italia non rispetta i diritti dei rifugiati”
La Corte di Strasburgo contesta all’Italia di non rispettare i diritti dei rifugiati: un atto d’accusa scaturito dalla sentenza pronunciata sul caso di una famiglia di profughi afghani arrivata in Svizzera dopo essere sbarcata a Bari e che Berna voleva espellere verso l’Italia, in applicazione del regolamento di Dublino. La Corte ha affermato che, nel caso specifico, le norme di Dublino non potevano essere applicate perché in Italia non ci sarebbero state sufficienti garanzie sui diritti umani: in particolare, garanzie sul diritto a  un alloggio dignitoso e sicuro, specie in presenza di bambini piccoli, com’era il caso di quella famiglia. In base a questo principio, l’ordine di espulsione di Berna è stato bloccato. Lo stesso principio, in sostanza, adottato nel 2011 da 41 Tribunali tedeschi.
Bruxelles, 15 dicembre 2016. “Violati i diritti di 13 nigeriane”
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura (Cpt) condanna l’Italia per l’espulsione collettiva di 13 giovani nigeriane detenute nel Cie di Ponte Galeria a Roma, rimpatriate contro la loro volontà tra il 16 e il 18 dicembre 2015. Secondo la sentenza, non sono stati rispettati i diritti fondamentali, perché il provvedimento è stato reso esecutivo nonostante la magistratura lo avesse sospeso. L’inchiesta è nata in seguito a una visita fatta nella Penisola da una delegazione del Comitato per monitorare i cosiddetti return flights, organizzati dall’Italia in collaborazione con l’agenzia Frontex. Tra l’altro il Comitato ha verificato che le migranti hanno ricevuto la notifica del rimpatrio il giorno stesso della partenza, senza dunque avere la possibilità di opporsi in sede giurisdizionale.
Bruxelles, 15 dicembre 2016. Lampedusa, arresti arbitrari: Italia condannata
La Grande Camera della Corte per i diritti dell’Uomo contesta all’Italia di aver violato, con una serie di arresti arbitrari, l’articolo 5 della Convenzione europea sui diritti umani, che disciplina i casi in cui può avvenire la privazione della libertà. Il principio è che non si può essere privati della libertà personale come esito di una prassi della polizia e senza una decisione giurisdizionale: senza cioè la supervisione e la decisione di un giudice. L’inchiesta è nata dalla vicenda di un gruppo di migranti detenuti nel centro di prima accoglienza di Lampedusa, sollevata di fronte alla Corte dall’avvocatessa Francesca Cancellaro.
  

Tratto da: Tempi Moderni 

lunedì 13 febbraio 2017

Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l'ultima speranza


Padre Mosè

Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l'ultima speranza

Mussie Zerai, Giuseppe Carrisi


Quello di Don Mussie Zerai, Padre Mosé, non è un numero di telefono qualunque. E' l'appiglio estremo, l'ultima traccia di umanità alla quale aggrapparsi per i molti che affrontano il Viaggio. Dalle carrette del mare, dai container arroventati nel cuore del Sahara, dai lager libici, dalle carceri egiziane o dai campi profughi del Sudan, i migranti chiamano. E Don Zerai risponde. Sempre. Allerta la Marina militare perché soccorra i barconi, si mette in contatto con le famiglie per ritrovare le tracce perdute, conforta e raccoglie le invocazioni.
Migrante tra i migranti, ha compiuto il suo viaggio da Asmara a Roma nel 1992. E da quando, ragazzo diciassettenne, è arrivato solo nel nostro paese, non si è fermato più. Il suo legame con emarginati e immigrati è cominciato alla stazione Termini, dove in tanti cercavano soccorso e rifugio e dove Mussie ha trovato la sua strada, facendosi aiutare e aiutando gli altri.
In questi anni sofferti e turbolenti in cui l'Italia da porto di partenza si è fatta approdo, il suo nome è diventato sempre più noto. Soprannominato ''l'angelo dei profughi'', candidato al Nobel per la Pace nel 2015, definito ''pioniere'' dal Time, Mussie Zerai ormai non è più solo. Con la sua agenzia Habeshia ogni giorno si fa sentire: offre aiuto e denuncia, portando alla luce tragedie e drammi dimenticati, ma anche responsabilità, silenzi e omissioni. La sua voce, come la sua volontà, è sempre ferma: ''E' una sfida da accettare senza esitazioni, perché è in gioco il modo stesso dello 'stare insieme' che si è data la democrazia. Se non si accetta questa sfida, si rischia di imboccare una strada in ripida discesa, alla fine della quale c'è il buco nero della negazione dei diritti fondamentali dell'uomo. Perché oggi tocca ai profughi e ai migranti. E domani?''.

giovedì 9 febbraio 2017

Carestia in Africa: voli charter per rimpatri forzati anziché canali umanitari


di Emilio Drudi

“Rintracciare cittadini nigeriani in posizione irregolare sul territorio nazionale”: è l’ordine emanato dal Viminale, alla fine di gennaio, con un telegramma urgente indirizzato a tutte le questure italiane. L’obiettivo è riempire un volo charter di rimpatrio verso la Nigeria entro la fine di febbraio. Perché proprio la Nigeria? Perché tra Roma e Abuja è stato appena perfezionato un patto bilaterale di respingimento. La “caccia al nigeriano”, dunque, può considerarsi una specie di prova generale. Si cercano, in tutto, circa 100 “rimpatriandi”: 95, per l’esattezza. Nel dispaccio della direzione centrale dell’immigrazione si fa il conto preciso, con tanto di posti riservati nei Cie in attesa dell’imbarco: “Cinquanta per donne nel Cie di Roma, 25 per uomini a Torino, 10 a Brindisi e 10 a Caltanissetta”. E’, in sostanza, la fotocopia di quanto è avvenuto nell’agosto 2016 con il Sudan, anche in questo caso all’indomani di un patto bilaterale di polizia. Ancora una volta, cioè, una espulsione di massa. “Una espulsione vietata dalla legge, fatta sulla base della nazionalità e quindi discriminatoria, a prescindere dalle condizioni e dalla storia delle singole persone”, ha denunciato Filippo Miraglia, vicepresidente dell’Arci, interpretando il pensiero di tutte le principali Ong che si occupano della tutela dei diritti dei rifugiati e dei migranti.
Il caso Nigeria. La giustificazione del Viminale è che si tratta di “irregolari”. Ma in passato è accaduto più volte che i migranti espulsi fossero tutt’altro che “irregolari”, tanto da provocare l’intervento e la conseguente condanna, nei confronti dell’Italia, da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo. Ma, condanne a parte, che significa “irregolari”? C’è da chiedersi, ad esempio, se scappare dalla morte, dalla fame, dalle sofferenze provocate dalla carestia significa essere “irregolari”. Perché anche questo sta accadendo in Nigeria, in aggiunta al terrore e alle stragi seminate dalle milizie jihadiste di Boko Haram. I rapporti stilati dall’Onu nell’ultimo anno sono eloquenti: a parte i fattori legati al cambiamento climatico, la guerra civile in corso nel nord est ha spopolato le campagne e impedisce le coltivazioni, spingendo gran parte del paese verso lo spettro della sotto alimentazione endemica. Le ultime segnalazioni, dal luglio 2016 a oggi, parlano di circa 14 milioni di persone che non riescono a soddisfare i bisogni alimentari elementari. Di queste, oltre 2,5 milioni sono alla fame e la carestia più dura colpisce già almeno 400 mila bambini. Con effetti devastanti: si calcola che 75 mila di loro rischiano di morire entro i primi mesi di quest’anno, al ritmo di 200 al giorno. E l’Unicef ha più volte denunciato che gli aiuti messi in campo dalla comunità internazionale, per affrontare questa tragedia, sono largamente insufficienti.
Ecco perché si scappa dalla Nigeria. Però difficilmente i nigeriani vengono accolti come rifugiati o comunque con una forma di tutela internazionale: il più delle volte sono marchiati come “irregolari” da respingere.
Il Corno d’Africa. La carestia che investe la Nigeria non è isolata: ne è travolta mezza Africa. Solo in tre dei paesi del Corno – Somalia, Etiopia e Kenya – Save the Children ha stimato nel suo ultimo rapporto (27 gennaio 2017) che, a causa della siccità da cui è tormentata la regione, rischiano di morire di fame 6 milioni e mezzo di bambini. Anzi, quasi mezzo milione “è già affetto da gravi forme di malnutrizione acuta”. Più in generale, la crescente scarsità di piogge ha portato “a pesanti carenze d’acqua e alla morte del bestiame, lasciando quasi 15 milioni di persone con un urgente bisogno di assistenza”. E il futuro si presenta ancora più oscuro. “Per la prossima stagione delle piogge – ha denunciato John Graham, direttore di Save the Children in Etiopia – sono previste precipitazioni sotto la media. Questo significa che la situazione già disperata dei bambini e delle famiglie in Somalia, Etiopia e Kenya non può che peggiorare, portando milioni di uomini e donne a rischiare la fame e persino la vita”. E ogni pagina del rapporto è più pesante di un macigno: “Con quasi la metà della popolazione (5 milioni di persone) costretta ad affrontare gravi carenze di acqua e di cibo, la Somalia è oggi sull’orlo di una profonda carestia. I tassi di malnutrizione hanno già raggiunto livelli critici e si prevede un peggioramento. Migliaia di famiglie si spostano per sopravvivere. Molti stanno attraversando il confine con l’Etiopia per cercare aiuto. Il 77 per cento dei bambini visitati nel campo di Dollo Ado mostra segni di malnutrizione”.
Ma nell’Etiopia a cui chiedono aiuto i somali in fuga, le cose non vanno meglio: “La siccità sta costringendo molti bambini ad abbandonare la scuola, esponendoli al rischio di matrimoni precoci o di migrazione forzata. Nonostante il governo abbia lavorato per mitigare gli effetti della siccità, sono necessari fondi per 948 milioni”. Lo stesso vale per il Kenya: “Sono più di 1,25 milioni quelli che hanno urgente bisogno di cibo a causa di una crisi alimentare destinata a crescere nei prossimi mesi”.
Lo Yemen. Sull’altra sponda del Mar Rosso, proprio di fronte al Corno d’Africa, nello Yemen sconvolto da anni di guerra civile, è anche peggio. Non lascia dubbi la denuncia fatta all’inizio dell’anno, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, da Stephen O’ Brian, capo delle operazioni umanitarie dell’Onu: “E’ in corso nel paese la più grave crisi alimentare mondiale, con 14 milioni di persone che non mangiano a sufficienza e due milioni che rischiano di morire se non si interviene con urgenza”. I più a rischio sono i minori: “Ci sono 2,2 milioni di bambini che soffrono la fame. Ogni dieci minuti muore un bambino sotto i dieci anni, per cause evitabili come infezione e diarrea causate dalla malnutrizione e dalla mancanza di medicinali di base”. E ancora una volta, a parte la siccità naturale, c’entra pesantemente la guerra: “L’assedio e i bombardamenti anche sui campi coltivati hanno ridotto al minimo le riserve di cibo e medicinali”, ha scritto Giordano Stabile su La Stampa. Bombardamenti condotti soprattutto dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e che – è il caso di ricordarlo – hanno colpito spesso ospedali, scuole, campi di rifugiati, folle riunite per cerimonie religiose. E da questo inferno si fa fatica pure a scappare: i profughi sono tanti, circa 1,6 milioni, ma così poveri e privi di tutto da non riuscire a mettere insieme il denaro necessario per una “fuga per la vita”. Soltanto pochi raggiungono l’Oman attraverso il deserto. Qualcuno però in Italia ci è arrivato: puntando verso l’Europa, è sbarcato proprio in quell’Italia che rifornisce di bombe gli aerei della coalizione saudita, quasi a denunciare, con il suo grido d’aiuto, le nostre responsabilità.
Il Sud Sudan. Lo stesso accade  nel Sud Sudan, in guerra dal dicembre 2013. Scontri continui, violenze, battaglie, razzie, incendi, distruzioni, stragi hanno costretto migliaia di contadini ad abbandonare le terre e i villaggi. Si calcola che almeno 2,5 milioni di persone vivano nei campi profughi o siano fuggite oltre confine. Da tre anni non si fanno più le semine e quindi non ci sono raccolti: secondo gli ultimi rapporti dell’Onu, sono a rischio carestia circa 4,5 milioni di uomini e donne, in particolare i bambini e gli anziani. Ovvero: la sopravvivenza della maggioranza della popolazione dipende dagli aiuti internazionali, che però faticano ad arrivare, perché il conflitto in corso non concede tregua e sta anzi assumendo sempre di più la ferocia di una pulizia etnica, con massacri mirati in base alla tribù di appartenenza. Eppure anche per chi fugge da questo orrore non è facile essere accolto in Europa come profugo. Anzi ora, con il nuovo accordo Italia-Libia e il programma di respingimento deciso a Malta il 3 febbraio dai capi di stato dell’Unione, non riuscirà più nemmeno a imbarcarsi per tentare di raggiungere l’Italia.

E’ proprio qui il punto: anziché istituire canali umanitari per questi milioni di disperati, si costruiscono muri e si organizzano retate e voli charter per il rimpatrio forzato, anche verso realtà di crisi estrema. Prevale più che mai, in Italia e in Europa, una politica di chiusura totale, sempre più stretta, anche di fronte a una catastrofe umanitaria, in Africa, che si profila persino più grave di quella della terribile carestia del 2010/2011. Quella carestia che provocò un numero infinito di profughi e di morti, spopolando intere province, specie nel Corno, con conseguenze che sono tutt’oggi, dopo più di cinque anni, una ferita sanguinante, mentre si aprono ferite ancora più dolorose.

sabato 4 febbraio 2017

Profughi: un piano studiato per tenerli lontano, ad ogni costo

di Emilio Drudi

Ora è operativo. Dal pomeriggio del 2 febbraio, con la firma congiunta del premier Gentiloni e del presidente del Governo di Alleanza di Tripoli, Fayez Serraj, è entrato in vigore a tutti gli effetti il piano sull’immigrazione concordato tra Italia e Libia dal ministro Minniti all’inizio di gennaio. Lo hanno chiamato memorandum sui migranti. Gentiloni lo ha presentato come “una svolta nella lotta al traffico degli esseri umani”, sollecitando il sostegno politico e finanziario dell’Unione Europea. In realtà è un piano di respingimento e deportazione, da attuare in più fasi e in modi diversi, a seconda delle condizioni e delle circostanze: l’ultima di tutta  una serie di barriere messe su da Roma e da Bruxelles, negli ultimi dieci anni, per esternalizzare le frontiere della Fortezza Europa, spostandole il più a sud possibile e affidandone la sorveglianza a Stati “terzi” come, appunto, la Libia. Sorveglianza remunerata con milioni di euro, ben inteso: milioni per affidare ad altri il lavoro sporco di bloccare i profughi, non importa come, prima che raggiungano il Mediterraneo e, ancora, di “riprendersi” quelli respinti dall’Europa, con l’obiettivo, poi, di convincerli in qualche modo a ritornare “volontariamente” nel paese d’origine. A prescindere se il “paese d’origine” è sconvolto da guerre, terrorismo, dittature e persecuzioni, miseria e fame endemiche, carestia.
E’ proprio qui il punto: alzare un muro ad ogni costo. Non a caso, nel memorandum, c’è l’impegno, da parte dell’Italia, ad assicurare (articolo 1) il massimo sostegno “alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali” e fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno”. Tutto ciò in vista di un’azione a tappeto che riesca a blindare le frontiere libiche, sia in mare, a nord, che di terra, nel Sahara. Più avanti, nell’articolo 2, c’è infatti l’impegno italiano ad assicurare anche “il completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia”. Il che, fuori dalle nebbie del linguaggio politico/burocratico, significa che l’Italia fornirà – anzi, ha già cominciato a fornire – addestramento tecnico a poliziotti e militari ma, soprattutto, fondi e mezzi: motovedette e pattugliatori per il controllo delle acque territoriali, autoblindo e fuoristrada per sbarrare il confine meridionale, in pieno deserto. Di più. La Libia già dispone di un sofisticato sistema radar e a infrarossi realizzato da Finmeccanica per controllare tutta la linea di frontiera nel Sahara: è stato consegnato a Tripoli da Roma ai tempi di Gheddafi e non è mai stato installato ma – ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, ex presidente di Finmeccanica – è pronto per essere montato ed entrare in funzione, basterà fornire il supporto tecnico. Una volta a regime, quel “muro elettronico” segnalerà in tempo reale ogni movimento e ogni tentativo di infiltrazione e la polizia potrà intervenire immediatamente grazie ai “mezzi terrestri” di cui prevede la consegna il nuovo trattato.
A ben vedere, si tratta di più di quanto ci fosse nel piano firmato da Berlusconi e Gheddafi nel 2008/2009, che suscitò un mare di critiche nelle fila del Pd ma che ora Gentiloni e Minniti hanno preso a modello e che peraltro è stato replicato nel 2012 dal governo Letta, anche se il precipitare degli eventi in Libia ne ha poi impedito l’attuazione.
Al punto due del memorandum c’è anche un paragrafo dedicato ai poli d’accoglienza in Libia dove ospitare i migranti. L’Italia si impegna “ad adeguare e finanziare i centri già attivi, nel rispetto delle norme pertinenti” con finanziamenti nazionali ed europei, a fornire medicinali e attrezzature mediche, a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria, a formare il personale e a sostenere “i centri di ricerca libici che operano nel settore, in modo che possano contribuire all’individuazione dei metodi più adeguati per affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani”. E qui sembra davvero di sognare. Si dice: “…nel rispetto delle norme pertinenti”. Ma quali norme? I “centri già attivi” sono come carceri. “Anche le strutture in migliori condizioni non rispettano gli standard stabiliti dal diritto internazionale sull’asilo… Le persone sono detenute in condizioni inumane. Senza luce o ventilazione, scarso accesso all’acqua potabile e spazi altamente sovraffollati. L’assenza di dignità è sconvolgente”, denuncia Medici Senza Frontiere. Ed è ancora poco. Altri rapporti – presentati da Amnesty, Human Right Watch, Habeshia – parlano di autentici lager, dove la violenza è pratica abituale, dove gli ospiti sono vittime di ogni genere di sopruso, sequestri, ricatti, lavoro schiavo, stupri, non di rado uccisioni. Non c’è grande differenza tra i centri formalmente dipendenti dal ministero dell’interno e le prigioni dei trafficanti o dei miliziani. Un orrore che l’Onu ha confermato nel rapporto presentato poco prima di Natale, sottolineando tra l’altro che ci sono diffuse complicità con i trafficanti da parte di funzionari statali, poliziotti e militari a tutti i livelli, dal semplice agente di custodia ai vertici più alti. E sembra scontato, proprio per queste complicità e per l’estrema debolezza del governo di Fayez Serraj, che sarà pressoché impossibile, se non forse nel lunghissimo periodo, eliminare lager del genere.
E’ a questo inferno, allora, che in concreto il memorandum consegna i migranti bloccati in Libia, intercettati in mare dalla guardia costiera di Tripoli, fermati dalla polizia di frontiera o riconsegnati dall’Italia alle autorità libiche. Un inferno dal quale non si potrà uscire se non accettando il “rimpatrio volontario” in un altro inferno, quello del paese d’origine da cui i migranti sono fuggiti pur sapendo di dover affrontare un viaggio dolorosissimo e dai rischi enormi, come testimonia il dramma – confermato dall’Onu dopo le prime segnalazioni della Croce Rossa – delle tantissime giovani donne che per mesi, prima di entrare in Libia dal Sudan o dal Niger, assumono dosi massicce di contraccettivi perché, essendo ormai gli stupri una violenza sistematica, mettono nel conto che ne resteranno quasi certamente vittime e sperano allora di evitare almeno una gravidanza. E che quello di “accettare il rimpatrio” sarà l’unico modo per uscire da questi lager lo conferma il fatto che, nel lungo memorandum di Roma, mentre ci si sofferma nei dettagli sulle dotazioni per blindare le frontiere, non c’è una sola parola sulla possibilità di organizzare almeno una via di immigrazione legale, ad esempio un canale umanitario per i richiedenti asilo e le persone più deboli e a rischio: ragazze sole, minorenni, bambini, malati, feriti. Niente: o  indietro o il lager.
Quello della via legale di immigrazione, del resto, non è l’unico problema trascurato nello stilare il trattato. Ci sono almeno due altre grosse “dimenticanze”. La prima è il fatto che la Libia non ha mai riconosciuto e firmato la convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Ne consegue che manca totalmente un sistema di asilo: non c’è alcuna possibilità, per i profughi, di presentare e richiedere l’esame di una domanda di tutela secondo le procedure del diritto internazionale. Era così ai tempi dell’intesa con Gheddafi, era così quando Letta ha rinnovato l’accordo nel 2012, così è ancora oggi. Nel memorandum non si fa minimamente cenno a tutto questo: si finge invece che la Libia sia un paese sicuro, al quale si consegna la sorte, la vita stessa di migliaia di persone, contro la loro volontà e senza nemmeno la copertura formale della garanzia ginevrina.
L’altra “dimenticanza” è la situazione politica. Si parla di “patto con la Libia”. In realtà è un patto con un pezzo della Libia. Nel paese ci sono attualmente addirittura tre governi: quello di Serraj a Tripoli; quello di Tobruk, con il quale è schierato il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte del momento; e quello islamico, che è stato destituito quando si è insediato, per volontà dell’Onu, il Governo di Alleanza guidato appunto da Serraj, ma che è tutt’altro che fuori gioco, come dimostrano i due tentativi di colpo di stato attuati negli ultimi mesi da milizie fedeli all’ex leader Khalifa al Ghwell. E’ vero che Serraj è riconosciuto dalla comunità delle nazioni occidentali, ma è altrettanto vero che in Libia è largamente percepito come un Quisling imposto da potenze straniere. Di sicuro non ha il controllo del territorio: non solo dell’intera Tripolitania e del Sud ma neanche della stessa Tripoli dove, a distanza di dieci mesi dalla presa del potere, ancora non è riuscito a risolvere persino il problema della regolare distribuzione dell’acqua e dell’energia elettrica e dove gli scontri a fuoco tra miliziani di diverse fazioni sono frequenti, quasi quotidiani. Non solo. La scelta di puntare su di lui, senza il consenso popolare e senza il voto del Parlamento di Tobruk, ha destato fin dall’inizio pesanti reazioni, specie proprio da parte di Tobruk, a sua volta tutt’altro che isolata a livello internazionale, perché può contare sull’appoggio molto concreto della Russia, dell’Egitto, degli Emirati e dell’Arabia. Mosca, in particolare – proprio mentre il trattato Italia-Libia era in dirittura d’arrivo e Roma stava per riaprire a Tripoli l’ambasciata chiusa nel febbraio 2015 – ha assicurato ad Haftar il più ampio aiuto politico e militare, ospitandolo su una portaerei ancorata nelle acque libiche. Il che potrebbe significare che alla consegna di motovedette e blindati “europei” a Tripoli corrisponderebbe una fornitura analoga se non maggiore, navale e terrestre, da parte di Putin al governo di Tobruk. Innescando di nuovo la spirale del riarmo in una regione estremamente delicata e instabile e vanificando le raccomandazioni del Gruppo di Crisi che, nell’ultimo rapporto consegnato a Bruxelles, ha sottolineato la necessità di arrivare a una mediazione politica, con la partecipazione anche di Haftar, come unica via percorribile per cercare di riunificare la Libia. Come dire che, in queste condizioni, non solo Serraj non appare in grado di garantire un livello minimo di sicurezza e di rispetto dei diritti dei migranti, ma addirittura la situazione rischia di peggiorare.
Non a caso tutte le principali Ong che si occupano di migranti si sono dette “molto preoccupate” per questo accordo Italia-Libia, estendendo la contestazione al piano Ue per il blocco dell’immigrazione nel Mediterraneo che si ispira, ricalca e anzi amplia le scelte e i criteri del trattato Italia-Libia. Amnesty, Human Right Watch, Medici Senza Frontiere, Save the Children, l’Associazione dei Popoli Minacciati, Habeshia, il Comitato Nuovi Desaparecidos: un coro di “no”. “La proposta di ritirare le operazioni navali europee dalle attività di soccorso per incoraggiare la guardia costiera libica a occuparsene, è un piano velato per impedire a migranti e rifugiati di raggiungere l’Europa: è l’ultimo indizio della volontà dei leader europei di voltare le spalle ai rifugiati”, ha denunciato Iverna Mc Gowan, direttore dell’ufficio di Amnesty a Bruxelles. Altrettanto dura Save the Children, che insiste sulle numerose testimonianze, “anche di donne e bambini”, che raccontano “le condizioni disumane vissute nei centri di detenzione, dove i migranti sono vittime di stupri, frustate, percosse e diversi tipi di torture” e chiede di aprire “canali di ingresso sicuri e regolari” in Europa. O ancora, Tommaso Fabbri, capo missione Italia per Medici Senza Frontiere, il quale contesta all’Europa e all’Italia di aver assunto, sulla tragedia dei migranti, una atteggiamento “cinico, ipocrita e disumano” e in particolare, riferendosi al memorandum firmato a Roma, protesta: “Nel testo non compare alcun riferimento all’attivazione di canali legali e sicuri verso l’Europa, che costituirebbero l’unica strategia efficace per spezzare definitivamente la rete dei trafficanti ed evitare ulteriori morti in mare. Sono invece ben chiare le misure per rafforzare le intercettazioni in mare da parte della Guardia Costiera libica ed impedire le partenze dalle coste. Hanno lo stesso effetto dei sigilli posti sulla porta di un edificio in fiamme con la scusa di evitare che le persone si facciano male nel tentativo di fuggire”.
E’ fin troppo chiaro. Le organizzazioni che lavorano sul campo da anni si pongono il problema della vita, del futuro, dei diritti dei migranti. Il Governo italiano e l’Unione Europea ne fanno solo una questione di blocco dell’immigrazione, a qualsiasi costo. Anche con respingimenti di massa mascherati da “lotta ai trafficanti”. Poco importa se in contrasto con il diritto internazionale che impone di accogliere ed esaminare caso per caso, individualmente, le richieste di asilo. Poco importa, anzi, se tutto questo moltiplicherà soprusi, sofferenze, morti. L’importante è che tutto avvenga lontano, magari al di là del Sahara, dove non ci sono testimoni scomodi.



Tratto da: Diritti e Frontiere